Allucinazioni dell’AI. Quando un modello inventa, e lo dice con la stessa sicurezza del vero.
Un’allucinazione è un’affermazione falsa prodotta da un modello di intelligenza artificiale con la stessa fluidità e sicurezza di una vera: un dato, una citazione, una norma, un prezzo che non esistono. Il rischio sta nella sicurezza con cui viene detta.
OpenAI le definisce affermazioni plausibili ma false, e nel settembre 2025 le ha attribuite a procedure di addestramento e valutazione che premiano il tentativo più dell’ammissione di incertezza.
Un modello che sa astenersi sbaglia molto meno: nella tabella pubblicata da OpenAI, un modello che si astiene sul 52% delle domande sbaglia il 26%, uno che si astiene sull’1% sbaglia il 75%.
La responsabilità resta all’azienda. Nel 2024 un tribunale canadese ha dato torto a una compagnia aerea che non voleva rispondere dell’informazione sbagliata data dal suo chatbot.
Questa voce fa parte del glossario dell’AI e dell’automazione, dove il termine compare come allucinazione. Qui la definizione si allarga: cosa sono, perché un modello inventa, quanto spesso succede secondo le misure pubblicate, chi ne risponde, e cosa le rende rare.
Cosa sono le allucinazioni
In un articolo del 5 settembre 2025 OpenAI definisce le allucinazioni come «plausible but false statements generated by language models», affermazioni plausibili ma false generate dai modelli linguistici. Possono riguardare qualunque cosa: una data, un nome, una norma, il titolo di un libro, un numero in un documento che il modello doveva soltanto leggere.
L’esempio usato dagli stessi autori è istruttivo. Alla domanda sul titolo della tesi di dottorato di uno di loro, un chatbot molto diffuso ha dato con sicurezza tre risposte diverse, tutte sbagliate; alla domanda sulla sua data di nascita, tre date diverse, anche quelle tutte sbagliate.
Perché un modello inventa
Un LLM impara a prevedere la parola successiva su enormi quantità di testo, e in quei testi nessuna etichetta dice cosa è vero e cosa è falso. Le regolarità, come l’ortografia, si imparano bene. I fatti rari e arbitrari, come la data di nascita di una persona poco nota, non si deducono da nessuna regolarità, e lì il modello tira a indovinare.
La seconda causa sta nelle valutazioni. Secondo OpenAI la maggior parte dei test misura solo le risposte giuste, e dire «non lo so» vale zero punti: come in un quiz a crocette, conviene tentare. Un modello addestrato a far bene in quei test impara a rispondere sempre, anche quando non sa.
Quanto sbagliano: le misure pubblicate
Le misure pubblicate cambiano molto con il compito e con la possibilità di astenersi, e nessuna è una previsione sul vostro caso. Messe insieme, dicono dove sta il rischio: nelle domande a cui il modello non sa rispondere e a cui risponde lo stesso.
| Misura | Cosa ha trovato | Su quale compito |
|---|---|---|
| OpenAIsettembre 2025 | Un modello che si astiene sul 52% delle domande sbaglia il 26%; uno che si astiene sull’1% sbaglia il 75%. |
Domande con una sola risposta giusta, del test SimpleQA. |
| Stanford RegLab2024 | Tre strumenti di ricerca giuridica venduti come privi di allucinazioni sbagliano fra il 17% e il 33% delle volte. |
Domande di diritto statunitense, con i documenti a disposizione del sistema. |
| Itriabanco del 4 settembre 2026 | Un PDF illeggibile, inserito apposta in un lotto di 30 documenti, messo da parte come «altro» senza un campo inventato. |
Estrazione di dati da ordini, bolle e fatture. |
La prima riga contiene la lezione più utile. I due modelli di OpenAI danno quasi la stessa quota di risposte giuste, 22% contro 24%, ma il primo sbaglia 26 volte su cento invece di 75, perché quando non sa si astiene. In un’azienda un «non lo so» costa una domanda girata a un collega; una risposta inventata può costare un cliente.
Chi ne risponde: un caso deciso in tribunale
Il 14 febbraio 2024 il Civil Resolution Tribunal della British Columbia, in Canada, ha deciso il caso Moffatt contro Air Canada. Il chatbot sul sito della compagnia aveva dato a un cliente un’informazione sbagliata su una tariffa agevolata per lutto, e la compagnia sosteneva di non poter rispondere di quanto detto dal chatbot.
Il tribunale ha respinto la tesi, al paragrafo 27: «It should be obvious to Air Canada that it is responsible for all the information on its website. It makes no difference whether the information comes from a static page or a chatbot». La compagnia è stata condannata a rimborsare la differenza di prezzo. Quello che dice il vostro assistente, per il cliente, lo dite voi.
Si possono evitare?
Si possono rendere rare, e la chiave è l’astensione. OpenAI lo scrive così: l’accuratezza non arriverà mai al 100%, perché alcune domande reali non hanno una risposta ricavabile, ma le allucinazioni non sono inevitabili, perché un modello può astenersi quando non è sicuro. In un sistema aziendale servono tre accorgimenti.
Le fonti giuste al momento della domanda. Un sistema che risponde dai documenti dell’azienda, con la tecnica chiamata RAG, può dire da quale documento viene ogni risposta, e chi la legge può controllarla.
Il permesso di dire «non lo so». Il sistema va costruito perché, quando manca una fonte, si fermi e passi la domanda a una persona, invece di completare comunque la risposta.
Una persona dove l’errore costa. Prezzi, condizioni, scadenze e tutto ciò che impegna l’azienda passano da un human in the loop prima dell’invio.
Come le gestisce Itria
Nei sistemi di Itria la regola si scrive prima del codice: quando manca una prova, il sistema si ferma e avvisa una persona. Sul banco del 4 settembre 2026 il documento illeggibile inserito apposta è stato messo da parte come «altro», senza un solo campo inventato, e sull’intero lotto i campi estratti giusti sono stati 234 su 237.
Il chatbot su base di conoscenza risponde dai documenti approvati dall’azienda e dichiara di essere un sistema. I principi sono scritti in Etica, e qui conta soprattutto il terzo: la macchina prepara, ma decide sempre una persona.
Termini correlati
LLM
Il modello linguistico che produce il testo, e con il testo le allucinazioni. Capire come funziona spiega perché inventa.
Human in the loop
La persona che approva prima dell’invio. È l’ultima difesa, e va messa dove l’errore costa.
RAG
La tecnica che dà al modello i documenti giusti al momento della domanda, perché risponda da quelli.
Base di conoscenza
L’insieme dei documenti approvati da cui un sistema può rispondere. Se è vecchia, le risposte sbagliano anche senza allucinazioni.
Domande e risposte
Cosa sono le allucinazioni dell’AI?
Sono affermazioni false prodotte da un modello di intelligenza artificiale con la stessa fluidità e sicurezza di quelle vere: un dato, una citazione, una norma, un nome o un numero che non esistono.
OpenAI le definisce come affermazioni plausibili ma false generate dai modelli linguistici. Il rischio sta nella sicurezza con cui vengono dette, che le rende difficili da riconoscere.
Perché l’intelligenza artificiale inventa le risposte?
Per due ragioni, secondo la ricerca pubblicata da OpenAI il 5 settembre 2025. La prima: un modello linguistico impara a prevedere la parola successiva, e i fatti rari e arbitrari non si deducono da nessuna regolarità.
La seconda: la maggior parte dei test premia solo le risposte giuste, e dire non lo so vale zero, quindi i modelli imparano a tentare invece di ammettere l’incertezza.
Le allucinazioni dell’AI si possono evitare?
Si possono rendere rare. OpenAI scrive che l’accuratezza non arriverà mai al 100%, ma che le allucinazioni non sono inevitabili, perché un modello può astenersi quando non è sicuro.
In un sistema aziendale servono tre accorgimenti: dare al modello le fonti giuste al momento della domanda, costruirlo perché si fermi quando manca una fonte, e mettere una persona prima dell’invio dove l’errore costa.
Chi è responsabile se un chatbot dà un’informazione sbagliata?
Nel caso Moffatt contro Air Canada, deciso il 14 febbraio 2024 dal Civil Resolution Tribunal della British Columbia, la compagnia sosteneva di non rispondere di quanto detto dal suo chatbot. Il tribunale ha deciso il contrario: l’azienda è responsabile di tutte le informazioni sul suo sito, che vengano da una pagina o da un chatbot.
È una decisione canadese, citata per il principio; il caso concreto si porta a chi assiste l’azienda.
Quali sono esempi di allucinazioni dell’AI?
Una citazione di legge o di sentenza che non esiste, un dato statistico inventato, il titolo sbagliato di un libro o di una tesi, una data di nascita falsa, una tariffa o una condizione commerciale che l’azienda non ha mai previsto, un totale compilato su un documento illeggibile.
OpenAI racconta che un chatbot diffuso ha dato tre titoli diversi, tutti sbagliati, per la tesi di dottorato di uno dei suoi ricercatori.
Note sulle fonti
- La definizione, l’esempio della tesi, le due cause e la tabella con 52%, 26%, 1% e 75% vengono da OpenAI, Why language models hallucinate, 5 settembre 2025, letto il 26 settembre 2026. È la tesi di chi sviluppa i modelli, pubblicata insieme a un articolo di ricerca; la tabella viene dalla scheda tecnica di un loro modello.
- Il 17% e il 33% vengono dalla valutazione preregistrata del gruppo RegLab di Stanford, Hallucination-Free? Assessing the Reliability of Leading AI Legal Research Tools, 2024: tre strumenti giuridici statunitensi su domande di diritto, un compito più difficile di quelli di una PMI.
- La decisione è Moffatt v. Air Canada, 2024 BCCRT 149, del 14 febbraio 2024, letta il 26 settembre 2026 sul sito del tribunale; la citazione è al paragrafo 27. È una decisione di un tribunale canadese per controversie di modesta entità: non vale come precedente in Italia, e la citiamo per il principio.
- Il documento illeggibile e i 234 campi giusti su 237 vengono da una misura di Itria su un banco di prova del 4 settembre 2026, 30 documenti. È un sistema di test, non il lavoro presso un cliente.
Un sistema affidabile sa quando fermarsi. È la prima cosa da chiedere a chi ve lo propone.
Il primo passo con Itria è una videochiamata di quindici minuti: si guarda dove un sistema potrebbe lavorare per voi e in quali punti deve fermarsi e passare la mano a una persona. Scriveteci una riga su cosa vi pesa. Il primo passo lo facciamo noi: quello che un cliente vede quando vi cerca, e cosa ci abbiamo trovato. Anche se poi non lavoreremo insieme.