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Export6 settembre 20267 minuti di lettura

EUR.1 o certificato di origine. Non sono due nomi della stessa cosa.

Il compratore scrive «mandami il certificato di origine» e lo spedizioniere risponde «serve l’EUR.1». Hanno ragione entrambi, e stanno parlando di due documenti diversi.

In breve

Il certificato di origine attesta l’origine non preferenziale, cioè il «made in». Lo rilascia la Camera di commercio, non dà diritto a nessuna riduzione di dazio e serve dove l’Unione europea non ha un accordo, per esempio verso gli Stati Uniti.

L’EUR.1 attesta l’origine preferenziale, cioè il diritto a pagare meno dazio. Lo vidima la dogana e vale solo verso i paesi con cui l’Unione ha un accordo. È un documento che fa risparmiare soldi al compratore, non un attestato di provenienza.

Sotto i 6.000 euro spesso non serve nessuno dei due: la dichiarazione di origine si rende direttamente in fattura. Sopra quella soglia serve il certificato vistato oppure uno status registrato dell’esportatore.

Questo pezzo fa parte della guida all’export operativo per il piccolo produttore alimentare e chiarisce due documenti che vengono confusi. La cartella completa che accompagna una spedizione, con fattura e packing list, sta nei documenti della spedizione alimentare all’estero.

Le due origini, e perché sono due

Una merce ha sempre un’origine non preferenziale, che dice dove è stata prodotta. Può averne anche una preferenziale, che è una qualifica in più: significa che soddisfa le regole di un accordo commerciale e quindi entra in quel paese pagando meno dazio, o nessuno.

Da qui nascono due documenti separati, con due enti diversi e due funzioni diverse. Chiamarli entrambi «certificato di origine» nella corrispondenza è il modo più rapido per farsi mandare quello sbagliato e accorgersene quando la merce è già partita.

DocumentoCosa attesta e chi lo rilasciaQuando serve
Certificato di origineorigine non preferenziale

Attesta dove la merce è stata prodotta, il «made in». Lo rilascia la Camera di commercio territorialmente competente, su richiesta dell’esportatore.

Verso i paesi con cui l’Unione europea non ha accordi doganali in vigore, e ogni volta che il compratore o una lettera di credito lo richiedono.

EUR.1origine preferenziale

Attesta che la merce ha i requisiti per il trattamento preferenziale previsto da un accordo. Lo vidima l’autorità doganale, di norma tramite lo spedizioniere.

Verso i paesi legati all’Unione da un accordo preferenziale, quando il valore supera la soglia sotto cui basta la dichiarazione in fattura.

Dichiarazione in fatturaorigine preferenziale

Una formula di origine scritta sulla fattura dall’esportatore stesso. Nessun ente la rilascia e nessuno la vidima.

Sotto i 6.000 euro di valore della spedizione. Sopra, serve lo status di esportatore autorizzato o la registrazione REX.

Il certificato di origine, in dettaglio

La Camera di commercio di Torino lo definisce in una riga che chiude ogni ambiguità: «Il Certificato di Origine è un documento, rilasciato dalla Camera di commercio territorialmente competente, che attesta l’origine (non preferenziale) della merce».

Due conseguenze pratiche. La prima: non fa risparmiare un centesimo di dazio al compratore, perché non è quello il suo mestiere. La seconda: se il compratore ve lo chiede pensando di ottenere un’agevolazione, sta chiedendo il documento sbagliato, e conviene dirglielo prima della spedizione invece che dopo.

Si richiede alla Camera di commercio della provincia in cui avete sede, con la fattura di vendita a supporto. Il rilascio è rapido e il costo è nell’ordine di poche decine di euro, cifre che nella pratica non spostano nessuna decisione.

L’EUR.1, e i paesi in cui vale

L’EUR.1 esiste solo dove esiste un accordo. La Camera di commercio di Torino elenca fra i paesi che godono di accordi doganali preferenziali con l’Unione, fra gli altri, Svizzera, Islanda, Norvegia, Turchia, Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia.

Il documento lo vidima la dogana, di solito attraverso lo spedizioniere, e il beneficio economico è interamente del compratore: con l’EUR.1 in mano paga il dazio ridotto o non lo paga affatto. Per voi è un argomento di vendita reale, perché abbassa il prezzo finale senza toccare il vostro.

Il rovescio è che l’origine preferenziale va dimostrata, non dichiarata. Le regole cambiano da accordo ad accordo e guardano alla lavorazione, non solo al luogo di confezionamento: un prodotto assemblato in Italia con materie prime estere può essere italiano ai fini del «made in» e non esserlo ai fini preferenziali.

La soglia dei 6.000 euro

Sotto i 6.000 euro di valore della spedizione, la prova di origine preferenziale si rende con una dichiarazione scritta sulla fattura dall’esportatore, senza passare dalla dogana. È la ragione per cui molte prime spedizioni non incontrano mai un EUR.1 e chi le fa non sospetta che il documento esista.

Sopra quella soglia servono il certificato vistato dalla dogana, oppure uno status registrato che vi autorizzi a dichiarare l’origine da soli. Verso il Regno Unito, per esempio, il riferimento è il numero REX: GOV.UK scrive che i numeri REX «are needed if the exporter exports consignments with a total value of more than 6,000 euros».

Il Regno Unito non usa l’EUR.1

È l’eccezione che manda in confusione più spesso, perché il Regno Unito è il primo mercato extra UE di molti produttori italiani. L’accordo fra Unione europea e Regno Unito non prevede l’EUR.1: la preferenza si richiede con una dichiarazione di origine resa dall’esportatore, oppure sulla base della conoscenza dell’importatore.

Chi cerca un modulo EUR.1 per una spedizione verso Londra sta cercando un documento che in quella relazione non esiste. Il resto della procedura britannica, con le prenotifiche e i certificati sanitari, sta in esportare prodotti alimentari nel Regno Unito.

Costi e tempi, dichiarati da una Camera di commercio

Le tariffe camerali sono pubbliche e cambiano poco. La Camera di commercio di Lecce dichiara: certificato di origine con copia 10 euro, ogni copia successiva 5 euro, versione con visto di legalizzazione 8 euro, attestato di libera vendita 3 euro di diritti di segreteria.

Sui tempi la stessa Camera dichiara due giorni lavorativi per il certificato di origine e tre per l’attestato di libera vendita, calcolati dalla presentazione della documentazione completa. Le cifre valgono per Lecce: altre Camere pubblicano importi e tempi propri, e conviene leggere quelli della vostra prima di promettere una data.

Quando la cartella smette di formarsi da sola

Con due spedizioni all’anno, ricordarsi quale documento serve per quale paese è un lavoro di memoria che regge. Con quindici spedizioni verso sei mercati diversi, ognuno con la sua prova di origine e la sua soglia, la memoria smette di reggere ed è lì che nascono i fermi.

È il punto in cui l’elenco va tolto dalla testa di qualcuno e messo in un posto che lo compila da solo, con i documenti che si formano dagli stessi dati invece che a mano ogni volta. Con un vincolo che vale più della tecnologia, ed è scritto in Etica: il sistema prepara e segnala, ma nessun documento parte senza che una persona lo abbia letto e approvato. Su una prova di origine quella firma è sostanza, perché una dichiarazione sbagliata è una dichiarazione mendace.

Se il vostro caso è più stretto di questa pagina

Quale dei documenti vi serve dipende da due cose sole: il paese di destinazione e il valore della spedizione. Se ce le scrivete, vi diciamo quale vi serve davvero, e se sotto la soglia potete evitarli tutti e due. Sono cinque minuti di lavoro nostro, e ve li regaliamo.

Risponde una persona, la stessa che poi costruisce i sistemi, entro 24 ore, con una lettura della situazione e non con un preventivo. Si scrive da qui, e basta una riga.

Domande e risposte

Che differenza c’è fra EUR.1 e certificato di origine?

Attestano due cose diverse. Il certificato di origine attesta l’origine non preferenziale, cioè dove la merce è stata prodotta, lo rilascia la Camera di commercio e non dà diritto a riduzioni di dazio. L’EUR.1 attesta l’origine preferenziale, lo vidima la dogana e serve al compratore per pagare meno dazio o non pagarlo.

Sono anche due enti diversi: Camera di commercio da un lato, autorità doganale dall’altro. Chiamarli entrambi «certificato di origine» nella corrispondenza porta a farsi mandare quello sbagliato.

Quando serve l’EUR.1 e quando basta la dichiarazione in fattura?

La soglia è 6.000 euro di valore della spedizione. Sotto, la prova di origine preferenziale si rende con una dichiarazione scritta sulla fattura dall’esportatore, senza passare dalla dogana. Sopra, serve il certificato vistato oppure uno status registrato.

È la ragione per cui molte prime spedizioni non incontrano mai un EUR.1: restano sotto la soglia, e chi le fa non sospetta che il documento esista.

Chi rilascia il certificato di origine e quanto costa?

Lo rilascia la Camera di commercio territorialmente competente, su richiesta dell’esportatore e con la fattura di vendita a supporto. La Camera di commercio di Lecce dichiara 10 euro per il certificato con copia, 5 euro per ogni copia successiva, 8 euro per la versione con visto di legalizzazione.

Sui tempi, la stessa Camera dichiara due giorni lavorativi dalla presentazione della documentazione completa. Gli importi e i tempi variano da Camera a Camera: conviene leggere quelli della propria prima di promettere una data al compratore.

Serve l’EUR.1 per esportare nel Regno Unito?

No. L’accordo fra Unione europea e Regno Unito non prevede l’EUR.1: la preferenza si richiede con una dichiarazione di origine resa dall’esportatore, oppure sulla base della conoscenza dell’importatore.

Per le spedizioni sopra i 6.000 euro l’esportatore europeo deve indicare il proprio numero REX. Chi cerca un modulo EUR.1 per una spedizione verso il Regno Unito sta cercando un documento che in quella relazione non esiste.

Un prodotto fatto in Italia ha sempre origine preferenziale italiana?

Non automaticamente. Le due origini seguono regole diverse: quella non preferenziale guarda a dove è avvenuta la trasformazione sostanziale, quella preferenziale segue le regole specifiche dell’accordo con quel paese, che spesso pongono condizioni sulle materie prime impiegate.

Un prodotto lavorato in Italia con ingredienti di provenienza estera può quindi essere italiano ai fini del «made in» e non qualificarsi ai fini preferenziali. La verifica va fatta accordo per accordo, prima di rendere una dichiarazione che vi impegna.

Note sulle fonti

  1. Camera di commercio di Torino, Certificati di origine, per la definizione citata alla lettera e per la natura non preferenziale del documento.
  2. Camera di commercio di Torino, cos’è l’EUR.1 e chi lo rilascia, per l’elenco dei paesi legati all’Unione da accordi preferenziali e per il rilascio tramite l’autorità doganale.
  3. Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nota sull’EUR.1, per la soglia dei 6.000 euro e per l’esportatore autorizzato.
  4. GOV.UK, Claiming preferential rates of duty between the UK and EU, per la dichiarazione di origine, la conoscenza dell’importatore e la soglia REX dei 6.000 euro. Pagina verificata il 6 settembre 2026.
  5. Camera di commercio di Lecce, costi, tempi e modalità di rilascio dei documenti per l’export. Gli importi e i tempi citati sono quelli dichiarati da questa Camera e non valgono come tariffa nazionale.
·Il passo successivo

Sapere quale documento serve si decide prima della trattativa, non dopo.

La domanda giusta al compratore, il primo giorno, è quale prova di origine gli serve per sdoganare. Se volete capire quale pezzo della vostra macchina perde per primo, il Diagnostico misura cinque dimensioni in cinque minuti. Niente spam: il referto è vostro, e vi scriviamo solo se ce lo chiedete.